Le giornate di Festarch

Pubblicato il 13 giugno 2012 Di

 Festarch, promosso da ABITARE, la rivista di architettura di RCS, si è aperta con la Lecture di Stefano Boeri, che ha inaugurato il primo della serie di appuntamenti.  Introducendo il tema, il Direttore Scientifico di Festarch, parlando del rapporto tra politica e architettura ha dichiarato: “Chiunque si trovi a dover progettare uno spazio o un oggetto, piccolo o grande che sia, deve aprirsi all’ascolto. Architetti e Designer prima di iniziare un qualsiasi lavoro progettuale raccolgono informazioni, opinioni, esigenze, analisi, una mole imponente di “sapere” che non può necessariamente essere interamente sintetizzata nel progetto per cui viene messa insieme con approccio inclusivo. Fino ad oggi tutto questo sapere che gli architetti hanno raccolto è rimasto in gran parte inutilizzato, mentre potrebbe essere usato per pensare a una politica di lungo periodo. Quella politica che sempre di più si racconta attraverso gli spazi, parlando di luoghi su cui costruire o da liberare, di spazi dedicati alla cultura, di spazi dedicati alle scuole e alla formazione. E’ con questa politica che l’architettura deve imparare a rapportarsi in modo nuovo, senza farsi soggiogare dai suoi tempi spesso troppo brevi dettati dalla necessità di creare consenso immediato, ma riappropiandosi dei propri tempi, quelli che consentono alle visioni progettuali più potenti di essere realizzate. Lavorando su questo, l’architettura può portare un grande valore aggiunto alle politiche di un Paese e di una città, e la giovane generazione di architetti presenti a questa edizione di Festarch ce ne darà in questi giorni un concreto esempio”.

Tra i protagonisti della giornata: Francesco Venezia, con il suo libro dedicato proprio alle nuove generazioni di architetti, Margherita Morgantin, che ha raccontato il suo lavoro in uno dei simboli della crisi della suburbia italiana: Palermo – Zen2, Iwan Ban, giovane fotografo tra i più noti per la sua capacità di catturare immagini di architettura, che ha raccontato il suo viaggio all’interno della Torre di David, grattacielo abbandonato e poi occupato, nel business district di Caracas. E ancora Tyn Tignestue Architect, un giovane studio e collettivo norvegese che ha spiegato come si può progettare nelle aree più povere del mondo, coinvolgendo attivamente gli abitanti e le comunità residenti; Mohsen Mostafavi, architetto e Preside della Harvard University Graduate School of Design.

Intensa e dal respiro fortemente internazionale anche la terza giornata di Festarch, che si è aperta con uno sguardo sulla Russia per chiudersi con uno sul Cile, entrambi colti nella splendida cornice di una Perugia frizzante, che  ha accolto  numerosi visitatori e ospiti offrendo a tutti la sua atmosfera unica, esaltata dalla ricchezza di punti di interesse e allestimenti e dai numerosi eventi che la pervadono.

E’ stato infatti Boris Bernaskoni ad aprire i lavori al Teatro Morlacchi, mostrando alcuni recenti progetti che stanno cambiando il volto di Mosca. Bernaskoni, trentacinquenne, rappresenta una nuova generazione di architetti russi che, con i suoi progetti sta partecipando alla trasformazione e innovazione della condizione di vita in Russia, interpretandone contraddizioni e potenzialità con progetti spesso iconici e provocatori. Ha parlato di futuro, raccontando una Mosca complessa che in pochi anni è raddoppiata, una situazione a cui gli architetti sono chiamati a trovare una risposta. L’architettura, sostiene Bernasconi, è come l’INTERFACCIA della città, deve essere utile e “user friendly”, entrambi aspetti su cui si può basare la scelta del luogo in cui vivere.

A chiudere la giornata, l’atteso appuntamento con Alejandro Aravena, classe 1967, fondatore e direttore esecutivo di ELEMENTAL S.A, un’organizzazione con interessi sociali che lavora su progetti di infrastrutture, trasporti, spazi pubblici e housing. A Perugia, durante la Lectio serale, Aravena illustra in anteprima il progetto “La Calamita e la Bomba”, ovvero il ruolo della città quale calamita di conoscenza, ricchezza e capitale umano. Il progetto, che sarà presentato alla prossima Biennale di Venezia, mostra due esempi di ricostruzione di due città cilene, al sud e al nord del Paese colpite rispettivamente da una catastrofe naturale e da una sociale. Il progetto, in entrambi i luoghi, si basa su operazioni pragmatiche per far diventare le città sicure con risposte geografiche alle minacce geografiche. In sostanza, la città rappresenta una scorciatoia verso l’uguaglianza e il design e l’architettura migliorano la qualità della vita senza dover contare sulla ridistribuzione del reddito.

In mezzo moltissimi altri eventi di grande interesse in cui si sono raccontate nuove visioni progettuali. Tra questi l’incontro con Hu Li, fondatore dello studio OPEN Architecture di Pechino, che a Perugia è riuscito a sintetizzare, in una presentazione incalzante quanto efficace, le principali criticità e urgenze dello sviluppo urbano sul territorio cinese, caratterizzato negli ultimi decenni da densità e ritmi impressionanti. La conoscenza approfondita dei contesti, la lettura dei fenomeni di trasformazione in atto, sono i presupposti ai progetti di ampia visione di Hu Li, interventi spesso di grandi dimensioni o a scala urbana (come la trasformazione dl Secondo Ring di Pechino), programmaticamente attenti a instaurare meccanismi di ibridazione funzionale, ovvero a rivitalizzare con l’architettura intere parti di città.

A seguire il secondo incontro Cities within city, in cui  Lars Müller, Pierluigi Nicolin, Kesrten Geers e David Van Severen hanno ragionato insieme al pubblico di Festarch 2012 sul panorama policentrico che caratterizza la metropoli del terzo millennio, somma complessa di brani autonomi in rapporto dialettico tra loro. La metafora della città contemporanea quale arcipelago di isole indipendenti ha condotto alla riflessione sugli effetti collaterali di tale organizzazione, che rischia di relegare il verde urbano a banale riempimento di spazi residuali.

E ancora, “Foroba Yelen”, ovvero “Luce Collettiva” come gli abitanti maliani dell’area agricola di Cenzana hanno ribattezzato il progetto di illuminazione rurale di eLand. Una ricerca svolta dentro le comunità rurali per introdurre questa tecnologia nel patrimonio materiale e spirituale di una società. Gli agili lampioni a energia solare con batterie ricaricabili nelle stazioni distribuite lungo il territorio, sono stati progettati per essere facilmente trasportati da donne e bambini per lavoro, attività educative e pratiche rituali. La ricerca, in mostra dal 21 Maggio al 20 Giugno alla Rocca Paolina di Perugia, investe sulla creatività per migliorare le condizioni di vita di una comunità rurale abituata alla Luna, alle torce “made-in-China” e alle lanterne a petrolio. E ancora molti altri sono stati gli ospiti e gli incontri che hanno appassionato i visitatori.