Design nella Storia Italiana: Arredativo incontra: Adele Cassina

Pubblicato il Di in Approfondimenti, Interviste

Cara mamma, Adele-C porta i Fiori, è l’originale titolo della mostra evento che si è svolta a Maggio, in occasione della festa della mamma, presso lo Showroom  Hangar Fantacci a Prato in Via Frascati, 67. Ospiti della serata Puccio Duni, esperto di design Compasso d’Oro alla Carriera nel 2014 ed Adele Cassina, figlia di Cesare Cassina, oggi proprietaria del marchio Adele-C, con la quale abbiamo avuto l’opportunità di scambiare alcune parole sul design di ieri e di oggi…

Adele-C è un marchio che realizza oggi di design molto vicini all’arte, quali sono i punti di incontro fra arte e design ? Quanto è importante l’arte per il design, c’è un limite tra le due discipline?

E’ un legame che c’è sempre stato, forse ora lo si sottolinea un po’ di più. Considerando il lavoro che ha fatto mio padre, anche allora c’era già una contaminazione. Quindi io non ho fatto altro che continuare una storia.

Chiamando degli artisti il loro lavoro si riduce a un prodotto di design, quindi loro devono accettare di non fare il pezzo unico. Da parte degli artisti c’è quindi, un approccio diverso al design rispetto a chi lo vive come un product design o come un architetto, i risultati sono diversi ed hanno valenza diversa.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lei viene da una famiglia che ha sempre vissuto a contatto con grandi designer, cosa le hanno trasmesso ?

Posso dire che da queste conoscenze ho imparato che i più preparati sono i più umili, non modesti, umili che li rende grandi tutti. Lavorare con loro era una gioia reciproca, un motore reciproco.

 

Rispetto ai maestri del passato come vede la preparazione delle nuove leve, i giovani designer o architetti di oggi?

Meno tecnici, in parte è vero ma non sono meno preparati. La globalizzazione si porta dietro una preparazione meno profonda ma più vasta. Più contaminante.

Leggevo stamani una intervista a Sorrentino, il quale sosteneva che, uno si sente meno italiano a portare avanti la propria cultura in un mondo aperto globalizzato. In passato invece era tutto a compartimenti stagni. Quando mio padre ha iniziato a collaborare con Le Corbusier, noi eravamo i fabbricanti italiani mentre i designer erano loro, con la loro storia, adesso, invece tutto è più condiviso.

Come nascono i vostri Progetti ? Siete voi a lanciare “le sfide” ai designer o viceversa ?

Succedono entrambe le situazioni , mio padre mi ha sempre insegnato che non si deve influenzare con il marketing il progettista. Perché l’idea di fare le cose nuove era fare marketing, ma allora era più difficile. Oggi invece capita che siano gli stessi designer a sapere già cosa ci vuole, sono preparati anche dal punto di vista del marketing.

Da osservatrice del mondo del design, vede dei cambiamenti positivi portati dalle nuove tecnologie ?

Abbiamo sperimentato, le nuove tecnologie stanno cambiando il modo di fare oggettistica, stanno cambiando da tempo a 360 gradi.

Siamo appena sopravvissuti alla settimana del Salone del Mobile, come le è sembrata ? Ha visto qualche progetto interessante ?

Io quest’anno ho fatto il fuori Salone e devo dire che mi ha fatto sentire orgogliosa del passato. Gli stand migliori sono stati Flos e Cassina, che presentava il 50esimo anniversario di Le Corbusier, si sono viste molte rivisitazioni del passato, da Zanotta a Kartell con le riedizioni dei vasi di Sottsass.

Tutta la storia del design è conoscere il passato per vivere il presente, anche se il presente è sempre più un limbo.

Quando mi chiede dei grandi maestri, beh, in quei momenti, non lo sapevamo ne loro ne noi che li stavamo facendo la storia del design.. Era lavoro, era  normale amministrazione, ma eravamo pieni di adrenalina, di voglia di fare, e  si sentiva il valore di quello che facevamo.

Era un dialogo cominciato per caso con Ponti, noi come Cassina abbiamo avuto questo imprinting, lavoravamo con designer affermati ma anche con i giovani progettisti degli anni ’70 come Gaetano Pesce o gli Archizoom.

 

 

Mio padre faceva l’imprenditore, i designer  che venivano da noi spesso erano personaggi sopratutto architetti già noti, a cui era stata segnalata l’azienda. A tal proposito ricordo una volta erano i primi anni ’70, mio padre mi chiamò mi disse c’è da portare una persona da Carlo Scarpa. Allora io andai in azienda il tipche dovevo accompagnare era un signore anziano magro che non conoscevo.

Presa dalla curiosità durante il viaggio ho chiesto alla persona chi era e cosa ci faceva in azienda. Era Louis Kahn, era stato Carlo Scarpa ad aver suggerito Cassina perché all’epoca Scarpa era molto noto all’estero, aveva contatti con Wright, Kahn ed ha suggerito loro Cassina.

 

Hai tempi, si sentiva che quello che succedeva era dare vita al distretto del design?

Be si, ci sentivamo unici

Comunque ormai il design è mischiato parla una lingua unica?

Si però da fuori vengono ancora qui. C’e una globalizzazione buona e una non, secondo me la risposta ce l’ha data Sorrentino  nel sostenere che : “la persona colta è quella che è, non quella che ha”. Olio e aceto non stanno insieme, ma sono un ottimo condimento per l’insalata globale