Re-define the space: Adriano D’Elia vince con il progetto Legàmi

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Si è concluso Re-define the space,  il contest di design rivolto ad idee innovative pensate in un inedito connubio tra stampa 3D e artiginato. Il vinciotore è il giovane designer Adriano D’Elia laureando presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, in Design & Comunicazione. Adriano  collabora con aziende del settore del design come Bhumi Ceramica e Roberto Monte Designer ha partecipato a vari concorsi  tra cui Re-define the space in cui ha presentato Legàmi risultando il progetto vincitore.  Legàmi, una mensola contemporanea inspirata alle forme del passato, è realizzata in  il legno e dotata di  inserti di abs colorarato.

Adesso sta lavorando sul prototipo in attesa di vedere il prodotto finito, noi intanto, lo abbiamo incontrato per conoscerlo e farci raccontare questo suo progetto…

Come è nato il progetto Legàmi? A cosa ti sei ispirato?

Legàmi, un legno lavorato artigianalmente, apparentemente spezzato e quindi incompleto, rinasce in chiave moderna con un innesto prodotto in stampa 3D che lo completa e dà una seconda vita all’oggetto.

Legàmi è nato da un concetto fondamentale che, in parte, già veniva proposto dal concorso Re-define the space: la tecnologia, nella specie la stampa 3D, non ha mai sostituito l’artigianato o le conoscenze dell’artigiano, ma al contrario viene utilizzata per facilitare processi complessi o ripetitivi e per superare dei limiti.

Legàmi è una mensola, e come per la maggior parte di esse, vi è il problema della staticità, pertanto ho cercato di dare dinamicità all’oggetto inserendo un punto luce all’interno del reticolo stampato in 3D per attribuirgli una funzionalità maggiore e creare un’interazione con l’utente.

 

Hai già avuto occasione di lavorare con la stampa 3D?

Sì, ho già avuto esperienza con la progettazione di un ciondolo a nastro da realizzare in acciaio con una stampante 3D per metalli di un’azienda statunitense; uso inoltre la stampante 3D per la normale prototipazione degli oggetti da me progettati o per collaborazioni per fini universitari.

Nel tuo progetto vi è un interessante connubio tra artigianalità e tecnologia, pensi che in futuro questa contaminazione potrà diventare “normale amministrazione” anche nella realizzazione di arredi ?

Penso di sì, poiché questo connubio valorizza l’arte dell’handmade ma allo stesso modo si mantiene al passo con i tempi. Un arredo del genere ha l’unicità caratteristica degli oggetti d’artigianato e la riproducibilità caratteristica degli oggetti prodotti in serie. Già in passato ho sperimentato, attraverso collaborazioni presso aziende artigianali come Bhumi Ceramica, questo tipo di connubio.

 

Come vedi la contaminazione tra tecnologia e tradizione?

La tradizione nel nostro caso rappresentata dal formalismo millenario dell’artigianato ha bisogno della ricerca e della tecnologia per rinnovarsi e avviarsi verso un mercato internazionale. Sarebbe impensabile utilizzare un tradizionale piatto in maiolica con le sue debolezze in contrasto con le esigenze della ristorazione contemporanea. Per lasciare che la tradizione possa essere tutt’oggi parte integrante dei nostri progetti, essa deve essere affiancata da una ricerca di materiali e tecniche adeguate alle richieste odierne.

Perché hai deciso di partecipare a Re-define the space?

Appena lessi il bando di concorso, capii che il tema coincideva con il mio concept: l’idea di lì a poco era pronta, il connubio tra le parti c’era, il concorso era lì, mancava una stampante 3D e un artigiano.

I concorsi di Design sono molto diffusi e sono una vetrina per i giovani, tu che ne pensi? Partecipi spesso?

È noto che nuovi lavori o ricerche (forse anche per una maggiore sicurezza nella riuscita) vengono affidati a designer di fama o con una certa esperienza, quindi penso che questi concorsi possano essere il giusto trampolino di lancio per giovani designer pieni di creatività ancora non noti. Fin ad ora, essendo ancora uno studente preso da impegni universitari, ho avuto poche occasioni, ma in futuro penso di parteciparvi costantemente. Gli aspetti positivi sono vari: la base democratica di partenza che ci rende tutti uguali, la realizzazione di un progetto che in tutti i casi verrà elaborato, l’accrescimento dell’esperienza e il giudizio di un comitato scientifico posto alla selezione degli elaborati. L’aspetto negativo per me è principalmente la mancanza di una giuria esperta e quindi i concorsi a giudizio popolare (il voto con i “mi piace” sui social network).

Tendenza generale per i giovani designer è l’autoproduzione. Tu come ti poni di fronte a questo fenomeno?

Secondo me ci sono due modi di intendere l’autoproduzione: si può autoprodurre l’oggetto nell’attesa che un’azienda lo intercetti per acquisirlo e produrlo, oppure è lo stesso designer che progetta e autoproduce da sè l’oggetto avendo, oltre ad una buona capacità tecnica, una buona capacità manuale.

Io ho già avuto qualche esperienza di autoproduzione precedentemente con la realizzazione di uno svuotatasche, Accavallo, presentato ad Open Design Italia 2015 con il gruppo Design Periferico: è stata un’esperienza fondamentale che intendo coltivare, nonostante le difficoltà nella realizzazione e vendita dei prodotti; inoltre, porterò avanti anche la ricerca sull’unione tra artigianato e tecnologia.