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DOPPIO CORPO – MOSTRA FOTOGRAFICA VERONICA GAIDO

Citta invisibili

Inaugura il 18 giugno a Roma nella cornice dei Musei di San Salvatore in Lauro nel Complesso Monumentale del Pio Sodalizio dei Piceni, la mostra fotografica Doppio Corpo di Veronica Gaido a cura di Marco Di Capua e organizzata da Lorenzo Zichichi – Il Cigno GG Edizioni che raccoglie 20 opere, tratte da “Invisible Cities” e “Aphrodites”.

Presentato per la prima volta nel 2018, “Invisible Cities” svela il lato nascosto delle città con uno sguardo parallelo, ampio e misterioso. “Invisible Cities” come le città del romanzo di Italo Calvino, sono sconosciute, costruite non con volumi e materiali reali, ma fatte di linee e forme smisurate, di luci e trasparenze inconsuete, in cui il ritmo delle facciate diventa pentagramma tridimensionale.

Citta invisibili, AV5R9642

Anima, acqua e sensualità e l’apertura a nuovi orizzonti sono invece centrali in “Aphrodites”, lavoro avviato nel 2014 che riassume in sé il senso globale del progetto, accostandosi in maniera esplicita allo studio del movimento del corpo femminile proprio delle prime fasi del Futurismo.

“Aphrodites sono le mie donne”, commenta Veronica Gaido, “la visione della mia fotografia secondo la danza e l’eleganza delle figure che scatto, ma che per scelta non post-produco”.

Come presentato dal curatore Marco Di Capua, nel percorso espositivo di Doppio Corpo, gli scatti di Veronica mettono quindi in scena un intenso corpo a corpo tra la figura della città e quella della donna che si intrecciano in una specie di osmosi: la metropoli, con le sue architetture, i suoi grattacieli si umanizza in un turbolento dialogo tra gli edifici, svelando la sua struttura spoglia, spettacolare, luminosa; mentre la donna si libera mostrandosi nel proprio intimo dinamismo, e generando nell’ombra, a sua volta, i gesti, le forme, i tagli e la geometrica evidenza dei volumi di un’architettura solitaria, dai tratti a volte scultorei. Nei trasparenti “esterno-giorno” delle città e nei densi, ombrosi “interno-notte” dei nudi femminili, stilisticamente dominano la sfocatura, la moltiplicazione dell’immagine, il movimento, lo spirito di trasformazione, una calcolata, metodica visionarietà.

Un doppio tema ricorrente nelle opere della fotografa che attraverso un utilizzo ricercato della macchina fotografica realizza opere in movimento, una tecnica sofisticata che gioca con tempi di esposizione e messa a fuoco. La sua è una “fotografia liquida” che mescola la grazia ottocentesca degli Impressionisti, come un pennello che dipinge la tela, e il dinamismo del Novecento, che coglie il ritmo fluido della contemporaneità.

Le fotografie di Veronica Gaido uniscono originalità, individualità e velocità riuscendo a restituire emozioni personali, una sorta di “onda densa e luminosa, come una piccola epifania” del reale, come l’ha definita Philippe Daverio. Il suo universo è un organismo vivo, dinamico, in continuo rapporto con l’animo umano. La contemplazione del paesaggio è fondamentale nella comprensione del dettaglio e del senso del territorio, dove lo spettacolo della natura genera nel suo animo emozioni che vanno oltre la semplice contemplazione estetica e il cui lavoro ne evidenzia la ricchezza cromatica e i giochi di luci e ombre, opere in cui la natura e il suo mondo interiore si confondono.

Veronica Gaido commenta così: “Mi immedesimo nelle mie architetture, che una volta ho associato alle città invisibili di Italo Calvino. Immagino un grattacielo, un edificio che per sempre troverà un altro grattacielo davanti a sé, e in fondo è come se fronteggiandosi si guardassero dentro l’un l’altro, gesto più facile che per noi umani no? Sono così simili tra loro… sono come corpi. Anche i miei nudi li voglio mossi, cerco di mettere in luce un ritmo, che per me è una costante della vita, e mostro un certo tipo di bellezza, perché ogni corpo è bello, ne basta una parte, un’angolazione… In tutto, che si tratti di città o di donne ricerco un’anima, il mio è sempre un viaggio spirituale”.