Bar Adrenalina: il design che ascolta l’anima dei luoghi

Pubblicato il Di in Approfondimenti, Interviste

Nel cuore pulsante di Milano, tra le mura storiche di Palazzo Litta, il design smette di essere una semplice parata di forme per trasformarsi in un’esperienza sensoriale profonda e duratura. Con il progetto Bar Adrenalina, situato all’interno del Boccascena Cafè, lo studio Debonademeo ha creato un “Laboratorio Acustico” che non si è esaurito con la frenesia della Design Week, ma rimarrà aperto al pubblico fino a luglio 2026. In questo spazio, il design non si limita a occupare un volume, ma “ascolta” attivamente il movimento dei corpi e le vibrazioni delle emozioni, traducendo l’invisibile in materia progettuale.

Abbiamo incontrato i progettisti Luca De Bona e Dario De Meo che ci hanno fatto il racconto dettagliato di questa metamorfosi creativa.

Partiamo dal progetto presentato quest’anno. Qual era l’ispirazione e come avete risposto alla richiesta dell’azienda

Innanzitutto vi stiamo accogliendo in un bar, il Bar Adrenalina. Siamo partiti da un’esigenza che è insieme commerciale, concettuale e culturale. Ospitare il pubblico del Fuorisalone significava permettere ad Adrenalina di dichiarare la propria identità: produrre divani, poltrone e tavoli soprattutto per il contract e il mondo horeca, fino ad arrivare al settore della casa.

Abbiamo voluto dare una nuova lettura al tema del bar, ispirandoci sia alla “Milano da bere” di decenni fa, sia ai nuovi trend della ristorazione. Oggi non necessariamente si consuma seduti a un tavolo: ci si può accomodare su un divano e pranzare, come in un triclino contemporaneo.

A questa dimensione abbiamo affiancato l’anima curatoriale del progetto. Da tre anni Adrenalina incontra mondi creativi paralleli al design, che solitamente non dialogano tra loro. Due anni fa abbiamo lavorato con Remo Brindisi nella sua casa Total White; l’anno scorso con persone cieche, diventate co-progettisti di un divano. Quest’anno abbiamo indagato il suono, non più come elemento passivo ma attivo.

Photo credit@ Serena Eller Vainicher

Ci siamo chiesti se davvero siamo noi ad ascoltare il mondo o se, al contrario, sia il mondo ad ascoltare noi. Un bar durante il Fuorisalone diventa così un luogo capace di recepire dati acustici. Gli arredi — divani e poltrone — si trasformano in recettori di informazioni, come se fossero loro ad ascoltare.

Per questo abbiamo coinvolto il sound artist Michele Spanghero, che ha realizzato due opere site specific: microfoni in cemento sospesi nelle sale e un orecchio al neon a forma di punto interrogativo, sintesi del tema. Parallelamente ha avviato una serie di registrazioni che coinvolgono sia il pubblico sia gli oggetti, come se questi ultimi avessero una propria capacità percettiva.

Tutti i suoni confluiscono in un database che, da un lato, diventa la base per una performance acustica; dall’altro servirà ad Adrenalina per sviluppare un nuovo divano, progettato non più a partire da un concept formale o da trend, ma dai flussi energetici e sonori che lo attraversano.

È come unire punti in un disegno tridimensionale invisibile: la forma nasce da dati che permettono di immaginare un oggetto ancora sconosciuto. Un approccio che riflette un’evoluzione del design, sempre meno legata alla sola estetica e sempre più orientata a interpretare in modo concreto le esigenze dell’essere umano.

Quest’anno il tema era l’udito, quindi l’ascolto. Com’è stato aprire il design a un nuovo punto di vista e a nuove persone che magari lo intendono in maniera diversa da voi? Come avete collaborato?

Sì, questo è il terzo anno che ci muoviamo in questo senso, ma è un percorso che non si chiude ogni volta: è un processo in divenire. Ogni evento è stato un approfondimento di un senso.

Il primo anno abbiamo lavorato più sulla vista, spogliando i prodotti; il secondo sul tatto, con i ciechi, concentrandoci su cosa significa progettare attraverso il tatto. Quest’anno siamo arrivati al suono: cosa significa vedere gli oggetti non più con gli occhi, ma con il suono.

Ogni anno ci confrontiamo con personalità diverse, con persone che vivono la realtà in modo differente. Una persona cieca, ad esempio, vive un mondo completamente diverso rispetto a come noi immaginiamo sia fatto. E ogni volta è una scoperta.

Perché se un prodotto visto con la vista ha una certa percezione, quando la codifica avviene attraverso altri sensi cambia completamente. Ti rendi conto che il nostro punto di vista è completamente soggettivo.

Ed è proprio per questo che avere l’opportunità, ogni anno, di progettare approfondendo un senso ci ha aperto un nuovo modo di progettare: non più partendo da un brief commerciale, ma dall’essere umano, dalla persona e dalla diversità delle persone.

Voi siete sia Art Director oltre che Designer. Come gestite questi ruoli?

Cambia molto, perché paradossalmente siamo da un lato coloro che dettano — temporaneamente — regole e trend, aiutando l’azienda a metabolizzarli; dall’altro siamo anche quelli che cercano di interpretarli.

Nel ruolo di art director cerchiamo prima di tutto di capire come l’azienda possa dare una risposta personale alle esigenze del mercato. Poi costruiamo un brief che condividiamo con designer che riteniamo adatti a interpretare Adrenalina, e ci mettiamo in gioco.

MDW25 – ADRENALINA Photo credits@Serena Eller Vainicher

La selezione dei prodotti avviene attraverso un insieme di fattori: i titolari, l’ufficio tecnico, quello commerciale, insieme al nostro parere. Prepariamo tutti a un linguaggio. Una volta assimilato, lasciamo parlare i prodotti: se parlano quella lingua, funzionano.

A volte invece lavoriamo su una direzione artistica che non riguarda direttamente i prodotti, ma l’immagine dell’azienda, come nel caso di Chroma: un materiale più che una collezione.

Fare direzione artistica permette anche di sperimentare di più: si dà una direzione e si coinvolge l’azienda come compagna di viaggio, ampliando lo spettro di azione.

Progettare è qualcosa di personale. Come si fa in due?

Siamo talmente diversi che spesso diventiamo una persona sola. Abbiamo caratteri, approcci e formazioni differenti, ed è proprio questo che ci completa.

Sia nella progettazione sia in allestimenti complessi come questo, spesso non serve nemmeno parlarci: ognuno sa dove intervenire. Come nel caso di questo allestimento, realizzato in tempi record, in uno spazio barocco che ha già vissuto molte superfetazioni, e in cui dovevano convivere architettura, architettura di interni e ovviamente prodotti. Non serviva neanche che ci parlassimo, perché ognuno sapeva dove occupare il proprio spazio e come interagire.

Progettare è personale, sì, perché ogni prodotto è come un figlio. Ma è anche confronto: uno ha un’idea, l’altro la sviluppa o la mette in discussione. È questo scambio che porta a risultati condivisi.

Quando si comincia a pensare al prossimo Salone?

In realtà non ci si ferma mai. Stiamo già lavorando al prossimo anno. Milano la viviamo come una mappa di possibili spazi futuri.Il grande interrogativo è la fiera, che sta vivendo una trasformazione. Il Fuorisalone funziona, ma proprio perché è “fuori” dal Salone. Ci interessa capire come evolverà tutto questo.

Il cambiamento del Salone è parte di una crisi più ampia, legata anche al lavoro e all’intelligenza artificiale. Come deve reagire il design?

Il design è spesso tra i primi ad affrontare queste sfide. Per noi è una grande opportunità. Se usata male può appiattire la creatività, ma se ben integrata può migliorare tutto il processo, dal concept alla prototipazione. Anche nell’insegnamento emergono criticità, ma come per la fotografia, nasceranno nuovi linguaggi e nuovi artisti dell’intelligenza artificiale.

Design indipendente e design per azienda: cambia l’approccio?

Sì, negli ultimi anni molti designer si sono orientati verso l’indipendenza. Il mondo è globalizzato, ma cresce anche il bisogno di località.

Le aziende valorizzano sempre più il territorio, mentre i designer sperimentano l’autoproduzione. Tuttavia gestire tutto da soli è complesso: commerciale, logistica, marketing. Per questo nascono modelli ibridi: realtà che funzionano come gallerie o piattaforme di collectible design. Offrono supporto economico e comunicativo, mentre i designer mantengono libertà creativa.

Non si tratta più solo di rispondere a un budget, ma di creare qualcosa che ancora non esiste.