C+S Architects completa lo “snake building” ad Aarschot, in Belgio

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Nel cuore della rigenerazione urbana del masterplan De Torens, nel centro di Aarschot, lo studio C+S Architects completa lo “Snake Building”: un nuovo frammento di città che trasforma un’ex area industriale in un tessuto misto di abitazioni, commercio e spazio pubblico.

Il progetto si inserisce all’interno di una trasformazione più ampia coordinata dallo studio a2o Architekten, incaricato dal committente di orchestrare la rigenerazione dell’intero masterplan. Il processo prende forma attraverso workshop collettivi che coinvolgono diversi team progettuali, tra cui De Vylder Vinck e DRDH, in un approccio corale alla costruzione della nuova porzione urbana.

Una strategia di continuità urbana

Per C+S Architects, il lotto assegnato si colloca sul bordo tra la città storica e il nuovo quartiere. È qui che il progetto sceglie di intervenire con maggiore radicalità, lavorando sulla continuità del tessuto urbano e sull’estensione della Leuvenstraat come asse strutturante del masterplan.

L’edificio non nasce come un volume compatto, ma come una sottrazione. Il gesto progettuale è chiaro: erodere la massa costruita per generare spazio pubblico. Dove il brief iniziale prevedeva un blocco pieno, lo Snake Building introduce vuoti, arretramenti e aperture che ridefiniscono il rapporto tra costruito e città.

La piazza si amplia, i flussi pedonali vengono ridisegnati, un albero attraversa il parcheggio interrato e la vista si riapre verso la Old Orleans Tower, rafforzando la connessione visiva con il paesaggio urbano e collinare.

“Future heritage” e spazio pubblico come bene comune

Per Maria Alessandra Segantini, direttrice creativa di C+S Architects, il progetto è espressione dell’approccio “Future Heritage”, che interpreta l’architettura come processo stratificato:

«Il nostro approccio all’architettura è guidato dall’idea di Future Heritage: un processo che nasce da una ricerca che si fonda sulle stratificazioni storiche, l’ecologia, i materiali e le tecniche locali, in cui ogni gesto reinventa le tracce del passato attraverso interventi capaci di evocare memorie, attivare i sensi, rafforzare l’identità dei luoghi e riconnettere le comunità alla natura».

In questa prospettiva, lo spazio pubblico diventa la vera infrastruttura del progetto. Non un vuoto residuo, ma una struttura portante della città contemporanea, capace di attivare relazioni sociali e continuità ecologica.

Un edificio che nasce dalla città

Lo Snake Building si configura come una scultura abitata, in cui la forma non è data da un gesto iconico, ma da una negoziazione continua con il contesto urbano.

In pianta, l’edificio arretra e si frammenta per liberare spazio pubblico. In sezione, le terrazze incidono la copertura, evocando la “danza dei tetti” tipica delle città fiamminghe. Ciò che appare inizialmente come un monolite in mattoni si rivela un volume scavato, aperto alla luce e alla vita urbana.

Le profonde logge sono definite da telai lignei, segnando il punto in cui l’architettura incontra il corpo umano: la materia si fa più morbida, più tattile. Le aperture non seguono una regola rigida, ma si distribuiscono come tracce di possibili trasformazioni future, suggerendo una città in continua evoluzione.

Materia, artigianato e memoria costruttiva

Il progetto si radica nel sapere costruttivo locale, valorizzando il lavoro degli artigiani e l’uso del mattone come materiale identitario.

«Abbiamo lavorato con artigiani locali», spiega Segantini. «Abbiamo rispettato il loro sapere. Abbiamo costruito in mattone non perché sia di moda, ma perché è durevole. Specifico. La scelta del materiale non è semplicemente estetica: è una presa di posizione».

In questo contesto, il mattone non è solo rivestimento, ma struttura narrativa. I giunti arretrati, le pieghe continue della muratura e le finestre che si spingono verso la copertura costruiscono un linguaggio architettonico fatto di dettagli, ombre e profondità.

Il legno interviene nei punti di maggiore contatto con l’abitare, nelle logge e negli elementi di facciata, introducendo una dimensione domestica e calda. Tutti i materiali utilizzati, inclusa la boiserie lignea, sono riciclabili al 100%, sottolineando un approccio responsabile alla costruzione.

Un’architettura come trasformazione lenta

Lo Snake Building non si impone come oggetto, ma emerge come parte del luogo. La sua forma curva e irregolare non è un gesto formale, ma il risultato di una relazione continua con il tempo, il cantiere e la città.

Ogni dettaglio — dalla continuità tra muro e copertura alle finestre che si insinuano nel tetto — richiede un sapere tecnico e artigianale profondo. Non esistono scorciatoie: la qualità dell’edificio nasce dalla lentezza del fare e dalla precisione del costruire.

In questa fedeltà al contesto e ai materiali, l’architettura smette di sembrare progettata e inizia a sembrare ritrovata. Non un oggetto estraneo, ma una forma estratta dalla città stessa.

Una scultura abitata

Lo Snake Building si afferma così come una nuova soglia urbana: un edificio che costruisce spazio pubblico mentre costruisce sé stesso. Un frammento di città che intreccia memoria e trasformazione, materia e comunità.

La materia racconta sempre una storia. E qui, nel punto in cui quella storia incontra la vita quotidiana, diventa casa.