Jellyfish Barge, la serra agricola galleggiante che produce cibo senza consumare suolo, acqua dolce e energia.

Pubblicato il 9 gennaio 2015 Di
In un pianeta dove le risorse sono sempre più scarse, come verrà prodotto il cibo di cui le comunità hanno bisogno, dove reperiremo l’acqua necessaria e dove troveremo nuove aree destinate alle coltivazioni? Un team multidisciplinare di architetti e botanici propone una rivoluzionaria risposta a queste domande. Jellyfish Barge è una serra agricola galleggiante che produce cibo senza consumare suolo, acqua dolce e energia. Pensata per comunità vulnerabili alla scarsità di acqua e di cibo, la struttura è costruita con tecnologie semplici e con materiali riciclati e a basso costo.

Il prototipo funzionante è installato dall’ottobre 2014, nel canale Navicelli, tra Pisa e Livorno. 

Jellyfish Barge è un’iniziativa della start-up Pnat, progettato da Antonio Girardi e Cristiana Favretto (Studiomobile), e sviluppato da un team multidisciplinare coordinato dal professor Stefano Mancuso dell’Università di Firenze, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (Linv).

Progetto
Progettata da Antonio Girardi e Cristiana Favretto, fondatori di Studiomobile, Jellyfish Barge è una serra modulare costruita su piattaforma galleggiante in grado di garantire sicurezza idrica e alimentare fornendo acqua e cibo senza pesare sulle risorse esistenti.
La struttura, costruita con materiali a basso costo, assemblati con tecnologie semplici e facilmente realizzabili, è composta da un basamento in legno di circa 70 mq che galleggia su dei fusti in plastica riciclati, e da una serra in vetro sorretta da una struttura reticolare. L’acqua dolce viene fornita da dei dissalatori solari disposti lungo il perimetro, ideati dallo scienziato ambientale Paolo Franceschetti. Questi sono in grado di produrre fino a 150 litri al giorno di acqua dolce e pulita da acqua salata, salmastra o inquinata. La distillazione solare è un fenomeno naturale: nei mari, l’energia del sole fa evaporare l’acqua, che poi ricade come acqua piovana. In Jellyfish Barge il sistema di dissalazione replica questo fenomeno naturale in piccola scala, risucchiando l’aria umida e facendola condensare in dei fusti a contatto con la superficie fredda del mare.
La poca energia necessaria a far funzionare le ventole e le pompe viene fornita da sistemi che sfruttano le energie rinnovabili, integrati nella struttura. La serra incorpora un innovativo sistema di coltivazione idroponica. L’idroponia è una tecnica di coltivazione fuori terra che garantisce un risparmio di acqua fino al 70% rispetto alle culture tradizionali, grazie al riuso continuo dell’acqua. Jellyfish Barge in più utilizza circa il 15% di acqua di mare che viene mescolata con l’acqua distillata, garantendo un’efficienza idrica ancora maggiore. Il complesso funzionamento del sistema colturale è garantito da un impianto di automazione con monitoraggio e controllo remoto.
Jellyfish Barge è stata pensata per sostenere circa due nuclei familiari, quindi è appositamente di dimensioni contenute per rendere semplice e fattibile la sua costruzione anche in condizioni di ristrettezze economiche. È modulare, per cui un singolo elemento è completamente autonomo, mentre più serre affiancate possono garantire la sicurezza alimentare per un’intera comunità. La forma ottagonale della piattaforma consente di affiancare diversi moduli collegandoli con semplici basamenti galleggianti a base quadrata, che possono diventare mercati e luoghi di incontro di una piccola comunità sull’acqua.

Jellyfish Barge è il risultato di un percorso – coerente e strutturato – condotto da Studiomobile fin dal 2009 sull’uso delle risorse naturali. In particolare, ripensano il rapporto con il mare tramite i progetti Jellyfish Farm e Networking Nature: miniserre galleggianti dal forte sapore evocativo realizzate con materiale di recupero e presentate, tra l’altro, al Salone del Mobile di Milano e alla Biennale di Architettura di Venezia.

Contesto 
La Banca Mondiale stima per il 2050 una popolazione del pianeta vicina ai 10 miliardi di persone e una conseguente richiesta globale di cibo in aumento del 60-70% rispetto a oggi. Riuscire a soddisfare questo crescente bisogno di cibo in maniera ragionevole, senza incidere eccessivamente sulle risorse esistenti sembra essere al momento un obiettivo di difficile realizzazione, principalmente a causa della scarsità di acqua e di terreni disponibili per la coltivazione. Gran parte dei terreni potenzialmente coltivabili è concentrata in poche aree geografiche, mentre molte nazioni del Medio Oriente, Nord Africa e Asia del Sud, a elevata crescita demografica, hanno già raggiunto o sono prossimi a raggiungere i limiti della disponibilità di terra agricola. L’agricoltura, utilizzando il 70% dell’acqua dolce del pianeta, è l’attività umana che pesa di più sulle risorse idriche esistenti. In molte aree del mondo, come in India, Pakistan e nel sud della Spagna, il crescente fabbisogno di acqua a fini agricoli è soddisfatto dall’estrazione da riserve sotterranee, consumate a un ritmo più veloce di quanto le precipitazioni restituiscano. In molte aree del Medio Oriente, invece, l’acqua è ottenuta con energivori processi industriali di dissalazione. La scarsità di acqua e di terreni disponibili per l’agricoltura sarà verosimilmente aumentata dai cambiamenti climatici. L’innalzamento del livello del mare, per esempio, contribuirà all’inondazione con acqua salata di fasce sempre più estese di terra fertile. Questo fenomeno ha già iniziato a presentarsi con preoccupante frequenza in tutto il Golfo del Bengala.

Team di progetto
Jellyfish Barge nasce da un progetto di Antonio Girardi e Cristiana Favretto(Studiomobile) ed è stato sviluppato da un team multidisciplinare coordinato dal professorStefano Mancuso dell’Università di Firenze, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale.
Jellyfish Barge è prodotto da Pnat, società spin-off dell’Università di Firenze. Il team è composto da Stefano Mancuso, dai botanici e fisiologi vegetali Camilla Pandolfi, Elisa Azzarello, Elisa Masi, dagli architetti Cristiana Favretto e Antonio Girardi, fondatori di Studiomobile. Pnat è il primo think tank nato in Italia dove si interfacciano design, scienza e biologia per studiare soluzioni creative e tecnologiche alle questioni lasciate aperte dalla sostenibilità: in un pianeta dalle risorse finite, come garantire la sicurezza alimentare, l’accessibilità all’acqua e la resilienza delle comunità ai cambiamenti ambientali?

Il progetto Jellyfish Barge è coordinato dall’Università di Firenze e supportato da finanziamenti dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e della Regione Toscana.