La ceramica nel cuore di Firenze; presentati al Cersaie i risultati di un workshop italo-statunitense.

Pubblicato il 1 novembre 2013 Di

Si chiama USA Ceramica. Un titolo che ha un doppio significato. Fa riferimento a un gruppo di studenti di architettura statunitensi. Ma anche all’utilizzo della ceramica per recuperare un’area collocata nel centro storico di Firenze, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Una sfida per i venti aspiranti architetti della Roger Willams University (Stati Uniti) e per i loro coetanei della facoltà di Architettura dell’ateneo del capoluogo toscano. In tutto un centinaio di studenti, al secondo anno del corso di laurea, chiamati a cimentarsi con la progettazione di un recupero che ha richiesto anche la visita delle industrie della ceramica, per toccare con mano il processo che porta dall’argilla al prodotto finito. Tutto grazie ad un workshop promosso dall’associazione culturale Dna, che diffonde in Italia la cultura progettuale, in collaborazione con l’Università di Firenze e quella americana.

I risultati sono stati presentati all’edizione 2013 del Cersaie, salone internazionale della ceramica per l’architettura e dell’arredobagno, nei padiglioni di BolognaFiere. “La ceramica è veramente testimonianza di pensiero – dice Paolo Di Nardo, docente di progettazione all’ateneo fiorentino -. Dietro alla piastrella c’è infatti un lavoro di ricerca incredibile, una grande scommessa rispetto ad altri settori”. Proprio pensando alla ceramica e alla sua versatilità gli studenti hanno proposto progetti che dovevano approcciarsi alla modernità senza dimenticare il valore storico dell’area, tenendo sempre salda l’idea dell’architettura come una delle poche discipline in cui si può passare dall’idea alla progettazione.

Per gli studenti americani una autentica novità. Hanno infatti operato con la piastrella italiana per la prima volta, cimentandosi con l’uso della tradizione per parlare di modernità. Qualcuno ha recuperato elementi di contrasto, tutti hanno cercato di creare un linguaggio tra l’area da riprogettare e il resto della città. “Un lavoro inteso come un rammendo – sottolinea Di Nardo -, in un tessuto urbano che ha dei fili”. Una integrazione, quindi, cercata in ogni progetto proposto a conclusione del workshop, partito sempre dall’elaborazione di un concept per arrivare alla strutturazione del sistema degli spazi. Questo prendendo in considerazione l’evoluzione della piastrella made in Italy. Partendo da quella degli anni Cinquanta per arrivare agli spessori e ai colori che oggi sono espressione dell’architettura oltre che dell’innovazione tecnologica che sta alla base delle moderne piastrelle.